Madri contro natura: il dramma della depressione post partum

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Il lancio nel vuoto di Pina Orlando, madre suicida nel Tevere, è lo stesso che molte neomamme compiono tutti i giorni, in modo figurato, nei loro cuori tristi. La depressione post partum, infatti, colpisce circa il 12 per cento delle madri in Italia e, all’interno di questa percentuale, il numero di chi commette suicidio e/o infanticidio è drammaticamente in ascesa. Questo disturbo esordisce generalmente nelle 3-4 settimane successive al parto e la sintomatologia si aggrava manifestandosi clinicamente con una prevalenza nel primo trimestre post partum (ma si registrano casi anche ad un anno e oltre un anno).

Nei giorni immediatamente successivi al parto l’apparato psicofisico della donna sperimenta uno stato emotivo di tristezza e affaticamento, chiamato “maternity blues”, anche detta sindrome del terzo giorno. Si tratta di una condizione transitoria e reversibile che riguarda il 50-80% delle donne, causata dal crollo dei valori ormonali post gravidici e che emerge tipicamente 2-3 giorni dopo il parto, per poi scomparire entro una decina di giorni circa. È caratterizzata da ansia, frequente pianto, stanchezza, ipersensibilità, instabilità dell’umore, tristezza, da non confondersi con la depressione post partum in cui invece lo stato dell’umore alterato dura molto più di 10 giorni, la mamma tende a non rasserenarsi e continua a manifestare nel tempo tutti i sintomi descritti con un loro graduale peggioramento. Esistono precisi fattori di rischio, come indicatori precursori dell’insorgenza del disturbo, tra questi i principali sono: storia personale e familiare positiva per patologie psichiatriche, gravidanza indesiderata, precedenti aborti, ricorso reiterato a tecniche di fecondazione assistita, assenza di un partner stabile e, più in generale, mancanza di un contesto di supporto per la futura mamma. In alcuni casi, benché rari, può anche verificarsi che i fattori di rischio appena citati non sembrino determinanti; sono queste le storie in cui l’oscuro male sembra sorgere d’un tratto, senza preavviso, causando devastazione e miseria. Allo stesso modo di un terremoto che colpisce un’area non considerata sino a quel momento zona sismica a rischio, cogliendo così la popolazione sprovvista dei mezzi adeguati per fronteggiare la calamità.

Non abbastanza e non con sufficiente coraggio si parla dei paradossi che l’esperienza della maternità porta con sé. I versetti biblici dedicati alla storia di Re Salomone ce ne danno un esempio. Al cospetto del Re si presentano due donne rivendicando entrambe la maternità di un bimbo e Salomone inventa uno stratagemma per scoprire chi è la vera madre, affermando di voler dividere il bimbo in due con una spada; a quel punto solo una delle due donne prega di evitare questo scempio, rinunciando al figlio per amore di non ucciderlo. In molti conosciamo questa storia, ma non tutti sappiamo che le due donne hanno la stessa età, vivono nella stessa casa, fanno lo stesso mestiere, non hanno uomini ed entrambe hanno partorito lo stesso giorno. Dunque la nostra tradizione biblica ci fornisce un esempio di come in realtà le due donne non siano due, ma si tratti piuttosto di un’unica madre con due teste: due anime che abitano la madre in quanto tale. In ogni genitrice troviamo connaturata l’oscillazione tra due antitetiche istanze interiori: da una parte si vuole che il figlio sia di esclusiva speciale proprietà anche se ciò significherebbe sacrificarlo e, dall’altra, si vuole che il figlio viva, a costo di perderlo. Solo nella maternità patologica emerge una delle due tendenze rispetto all’altra, con abnorme manifestazione del soffocamento della vita. Un passaggio fondamentale per comprendere la genesi di questo incontrollato e malsano equilibrio interiore, è rappresentato dall’immagine del neonato, una volta arrivato al mondo. Il bimbo piange e nel suo pianto è racchiusa una richiesta di soccorso, di presenza.

Nessuna vita può pretendere di costruirsi da sé, comportandosi come generatrice di se stessa, ma per umanizzarsi necessita di un elemento imprescindibile: qualcuno pronto a donarsi, rispondendo a quel richiamo, conferendogli così “senso”. Esistiamo dunque perché qualcuno ha risposto al nostro richiamo, senza la cui risposta saremmo morti. Ma per essere in grado di prestare soccorso, bisogna aver fatto sulla propria pelle esperienza del dono dell’ascolto ricevuto, non solo in tenera età ma anche ogni giorno della vita. Una donna, quindi, che nel delicato periodo della gravidanza e del puerperio riconosca in se stessa il velenoso proliferare di un angoscia che appare senza rimedio, deve farsi avanti palesando la sua richiesta di soccorso in modo che possa essere raccolta, con conseguente umanizzazione e conferimento del giusto “senso” al suo dolore. Se non c’è ascolto, presenza, il richiamo perde la sua ragion d’essere , così come la vita e questa situazione mortifera conduce all’esperienza della depressione, intesa come dissociazione tra la vita e il senso stesso della vita. Ma non è semplice guardare con coraggio alla propria incapacità di sostenere un ruolo genitoriale, questo perché si teme lo stigma che la società attribuisce additando tali donne come “madri snaturate”. Si, queste neomamme più sfortunate devono far appello a tutto il loro coraggio per sfidare il pregiudizio di una cultura secolare patriarcale che ha avuto come binario ideologico fondamentale la contrapposizione tra la Vergine Maria ed Eva. Da una parte Maria, donna pura, non corrotta dalla sessualità, capace di abbracciare interamente il sacrificio della totale obbedienza a Dio; dall’altra Eva, donna strega, tentatrice, che rifiuta la sottomissione e che viene per questo ripudiata.

Quando si parla di maternità, nell’immaginario comune, si è soliti abbracciare un modello materno mai troppo distante in linea ideale da quello mariano. I cattivi pensieri verso i figli fanno paura e allora si soffocano, finché essi stessi, accresciuti in totale solitudine nella palude abbandonata di un angolo della mente chiuso a doppia mandata, finiscono per manifestare la loro crescita abnorme infiltrando ogni altro aspetto della vita mentale. I pensieri prima soffocati, ora soffocano le madri e i loro figli, magari in fondo a litri e litri di torbida acqua di fiume. La morte che Pina Orlando ha cercato e trovato nelle acque del Tevere è la morte del coraggio di palesare il proprio grido di dolore, in una società che ha l’asticella del giudizio morale ancora purtroppo troppo alta verso chi si autodenuncia come non in grado di adempiere al ruolo genitoriale. Eppure basterebbe questo atto di coraggio, al primo segno del calare del sole interiore, per evitare che l’ombra divenga buio fitto che rende cieca la mente, scongiurando così il doloroso passaggio lungo il miglio verde della depressione, sino a giungere infine all’ultimo atto “contro natura”.

  • articolo pubblicato sul quotidiano “L’Opinione delle libertà” del  27 dicembre 2018

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