Sulla via del Tao: accettazione e leggerezza come armi per rivoluzionare, tornando ad essere se stessi

Difficilmente in natura esiste qualcosa di completamente sbagliato o completamente giusto, così come ci insegna la legge del Tao, rappresentato dal simbolo di un cerchio costituito da due metà, una nera e una bianca, che si abbracciano l’un l’altra. La metà nera contiene in sé un punto bianco e quella bianca ingloba in se stessa un punto nero, a significare che la luce e l’oscurità si sostengono a vicenda, donandosi reciprocamente significato a valore.Le due parti in cui è diviso il simbolo circolare, rappresentano dunque due principi opposti e complementari al tempo stesso: il femminile e il maschile, il freddo e il caldo, l’oscurità e la luce.La parola Tao significa precisamente via, cammino ed indica una legge universale strettamente connessa alla natura; si rivolge più alla saggezza intuitiva, che alla conoscenza razionale.  Esattamente come una melodia è parte di una canzone e ne custodisce l’essenza, così il Tao è ciò che consente alle cose di essere semplicemente quelle che sono. Passare dalla piccola conoscenza della mente egoica alla grande conoscenza del tao, significa diventare silenziosi, sensibili e attenti.

Così dice Lao Tse (1998):

“Camminerò sul solco principale. E’ semplice tenere la strada principale, ma gli uomini vengono volentieri diretti su sentieri laterali”.

Come gli individui possono però riconoscere la strada giusta per loro? Questa, solitamente, è in linea col proprio personale slancio creativo, ossia con quella capacità di reinventare la realtà, donandole una sfumatura e fragranza uniche. In altre parole, per slancio creativo si potrebbe intendere quell’attitudine naturale insita in ognuno di noi che orienta e guida l’individuo nel dar “vera mostra” del proprio sé autentico.

Nel corso della mia pratica clinica come medico psicoterapeuta, ho notato che uno dei più grandi freni all’istrinsecarsi della creatività è rappresentato dal bisogno di essere stimati. La ricerca dell’apprezzamento e del successo è quindi forse l’impedimento più importante al fiorire del genio che è in noi.

Ma la parte più primordiale e veritiera del nostro essere è davvero interessata al successo? Oppure, piuttosto, la sua radice è una spinta potente che non si preoccupa di essere riconosciuta e apprezzata?

Eventuali strade sbagliate sono riconoscibili perché nel percorrerle la vita diventa sempre più faticosa, l’umore diviene depresso, ci si ammala di ansia e lentamente ma inesorabilmente il fisico sviluppa qualche disturbo organico.

Di fronte a ciò, solitamente, si assumono due atteggiamenti principali. Il primo è quello della lamentela costante ed imperterrita verso la propria situazione attuale: “Sono sottopagato, non trovo un lavoro che mi stimoli, mi capitano tutti partner non adatti, mi ammalo sempre ecc..”. Si rimane così, giorno dopo giorno dopo giorno, impantanati nell’acqua insalubre e stantìa della desolazione, mormoreggiando di quanto la propria esistenza sia preda della sfortuna.

Il secondo atteggiamento è caratterizzato dalla continua lamentela verso la situazione in cui si riversa, ma in questo caso vi è associato un sentimento di rabbia e rivalsa che spinge convulsamente la persona a ideare piani di fuga per uscire quanto prima dalla situazione attuale, percepita come ingiusta ed opprimente. Ecco che inizia una ricerca spasmodica, che nasce e attinge la propria forza dalla rabbia e dalla frustrazione; per dirla in una parola, dalla non accettazione.

Ed è qui che sta il nocciolo del problema: nella non accettazione.

La rabbia e il senso di ingiustizia inaridiscono infatti anche il terreno più fertile, rendendolo poco fecondo e inibendo del tutto il processo creativo. Hai mai visto un buon raccolto provenire da terre indurite? Sta a noi scegliere di raccogliere frutti floridi, concedendo al nostro terreno la giusta dose di acqua e sole rappresentata dall’accettazione amorevole verso la propria situazione attuale, qualsiasi essa sia, abbandonando lamentele e istanze belligeranti.

Questo non significa in alcun modo rassegnarsi passivamente agli eventi, ma al contrario armarsi della più potente delle armi: l’accoglienza intrisa di benevolenza verso ciò che può apparire persecutorio, come primo passo per una nuova rinascita all’insegna della creatività. Non condannare la propria situazione consente di sintonizzarsi con una frequenza di sana leggerezza interiore, che condurrà più facilmente e celermente al cambiamento auspicato; cambiamento che verrà da sé, quasi fatalmente. Quando si è sulla via della leggerezza e della benevolenza, si attivano le più potenti risorse recondite a nostra disposizione, sia mentali che fisiche, le quali guideranno con infinita naturalezza verso ciò che è più adatto e congeniale al proprio essere; verso quello che rappresenta il tao, per l’appunto.

Come scrive la poetessa Sarah Kay : “Non c’è niente di più bello del modo in cui tutte le volte il mare cerca di baciare la spiaggia, non importa quante volte viene mandato via”. Questa frase ci dona una semplice, ma al contempo esaustiva, immagine di come funzioni il rapporto tra azione umana in sintonia con la legge universale. Difatti, l’attrazione del mare verso la spiaggia è per nulla arbitraria, ma perfettamente in armonia con la legge della natura. Non importa dunque quante volte una persona nel corso della vita venga impedita nella realizzazione del proprio sé: se il suo movimento è in armonia con la “legge”, allora prima o poi otterrà la pace tanto anelata, venendo finalmente accolto nel porto della gloria proprio nell’istante, senza tempo né perché, in cui mare e spiaggia scelgono di ricongiungersi.

Se sposeremo questo atteggiamento interiore (ed esteriore) accogliendo amorevolmente il dolore, questo evaporerà più velocemente allontanandosi da noi, come fanno le gocce di pioggia che ricoprono i fili d’erba, quando tornano al cielo dopo essere state scaldate e illuminate dal sole, portando chiarore e sollievo ovunque. In tal modo il dolore non si stratificherà intrecciando radici annodate in profondità e dando metastasi, tipiche invece della sofferenza che rappresenta lo stadio evolutivo negativo del dolore.

Esiste infatti una profonda sostanziale differenza tra dolore e sofferenza: il primo fa parte dell’esistenza e non può, né deve essere evitato. Rappresenta piuttosto un appiglio, una scusa che la vita pone innanzi per evolvere positivamente. La seconda, invece, deriva dall’aver perso la possibilità di vivere il dolore come un monito per il miglioramento.

Affidarsi dunque ad un atteggiamento di accettazione e benevolenza verso la condizione che suscita malessere, consentirà all’apparato psico-fisico di attingere alle migliori risorse a sua disposizione, cosa che lo condurrà ad allinearsi col sentiero di vita più idoneo, in accordo col suo personalissimo slancio creativo.

L’individuo potrà così conferire il giusto significato al suo vivere in questo mondo meraviglioso, che attende solo di essere salvato dalla nostra vena autentica, dal nostro essere chi veramente siamo venuti ad essere.

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